martedì 26 febbraio 2013

Il Lato Oscuro della Lettura

Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei avuto un eReader lo avrei preso per pazzo! La mia opinione verso la lettura digitale era pessima, la consideravo fredda e priva di anima, e non volevo nemmeno sentirne parlare. Non so cosa mi abbia fatto cambiare idea, so solo che dallo scorso Dicembre sono passata al lato oscuro regalandomi un Kobo Glo! Come mai non un Kindle Paperwhite? 1. Perché il Kobo legge molti più formati rispetto al Kindle, tra cui i cbr e cbz, ovvero gli archivi che contengono i comics. 2. Perché ha la memoria espandibile tramite SD, cosa da non sottovalutare se si ha intenzione di usare l’eReader anche per leggere fumetti o file che pesano centinaia di mega. Come mai non un tablet? Perché volevo un dispositivo dedicato esclusivamente alla lettura, quindi che non stancasse la vista, e con uno schermo leggibile in qualsiasi condizione di luce, cosa che al momento non ha nessun tablet. Di tablet ne prenderò uno appena uscirà il modello che rispecchia i miei gusti ed esigenze, ma non lo userò per leggere libri.
Adesso che ho risposto alle domande che so avrei ricevuto nei commenti (perché mi sono state fatte spesso dal vivo), posso parlare della mia esperienza. Come mi trovo a leggere eBooks? Meravigliosamente bene! *_* Non lo avrei mai detto né immaginato, ma è di una comodità unica! Sono il tipo che considera i libri come compagni di viaggio e non esce di casa se non ne ha con sé almeno uno, quindi poterne portare infiniti, occupando uno spazio così piccolo della borsa e senza dover sopportare quintali di peso, per me è una grande gioia! Da quando ho il Kobomicio (l’ho soprannominato così XD), leggo molto più di prima perché leggo ovunque e in ogni momento libero, ma soprattutto perché di sera non ho più il problema della pessima illuminazione della mia stanza che mi costringeva ad abbandonare un libro dopo sole 10 pagine. Altro motivo che mi fa amare la lettura digitale è che si possono leggere più facilmente i libri in lingua originale perché i dizionari preinstallati aiutano a capire subito le parole che non si conoscono. Oppure perché si possono recuperare facilmente libri rari e fuori catalogo. Esempio: dopo anni di ricerche fallite miseramente sono riuscita a leggere il romanzo di Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, che in versione cartacea non si trova nemmeno a pagarlo oro! Ma la cosa più bella di tutte è che con gli eBooks si spende poco, anzi, se si è bravi, non si spende proprio niente! XD E con i soldi risparmiati si possono comprare quei libri di cui non si può fare a meno di avere anche la versione cartacea, perché hanno un’edizione tanto preziosa, elegante e meravigliosa da lasciare a bocca aperta e rendere la lettura un’esperienza ancora più bella e speciale! Come le edizioni illustrate de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit! O Stardust illustrato da Charles Vess! O i libri illustrati da Rebecca Dautremer! Potrei continuare all’infinito! XD Ho sempre avuto un debole per “i libri belli”, li ho sempre collezionati, ma da quando ho il Kobomicio, sono diventata ancora più maniaca! XD In particolare, ultimamente mi sono fissata con le edizioni leatherbound di Barnes & Noble! Sono dei volumoni enormi con copertine e rifiniture pregiate ed eleganti, che fanno tanto libro antico:
 
 
 
Costano attorno ai 25/30€ l’uno, ma considerata la qualità della carta, della rilegatura, dell’estetica generale e considerato che contengono più di un romanzo, direi che il prezzo non è per niente esagerato. Si possono acquistare direttamente da Barnes & Noble, ma anche su Amazon o su BookDepository (che è quello più conveniente). Io ho già preso il volume con i romanzi di Jane Austen, ma prevedo di prenderne altri perché non posso proprio farne a meno! XD Il prossimo che prenderò sarà sicuramente quello con le opere di Jules Verne! *_*
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Insomma, anche se adesso leggo quel formato che un tempo odiavo, non significa che abbandono la lettura cartacea. Al piacere di sentire il profumo della carta e alla sensazione regalata da un bel volume fra le mani non posso proprio rinunciare!

sabato 23 febbraio 2013

Paperman

Se dovessi fare una classifica dei corti candidati agli Oscar di quest’anno metterei all’ultimo posto Fresh Guacamole, che non mi è piaciuto proprio. Carina l’idea che ogni oggetto si trasformi in un altro quando viene tagliato, ma per il resto mi sembra un minuto e mezzo sprecato a non dir niente. Al penultimo posto metterei The Longest Daycare, in cui la piccola Maggie Simpson tenta di salvare una farfalla. Lo trovo dolce e divertente, in perfetto stile Simpson, ma non penso sia da Oscar. Al terzo posto metterei il bellissimo Head Over Heels, che parla di come recuperare una vecchia storia d’amore. Al secondo invece Adam and Dog, che, a dir la verità, è quasi a pari merito con il mio preferito, ovvero con il corto della Disney che è stato proiettato nei cinema prima di Ralph Spaccatutto. Sto parlando di Paperman di John Kahrs, animatore che ha collaborato alla realizzazione di diversi film Pixar. Ora voi direte che sono prevedibile perché essendo fan della Disney da me ci si poteva aspettare solo questo. Ma cosa posso farci se è quello Disney a piacermi di più? È un caso, non sono di parte! Quando l’ho visto al cinema è stato come vedere il film di quando mi sono innamorata, di quando è arrivato lui portando quella nota di colore necessaria a rendere meno monotona e grigia la mia vita, di quando tutto ciò che mi sembrava impossibile è diventato possibile come per magia, allo stesso modo in cui degli aerei di carta possono prendere vita senza motivo. Ed è stato come innamorarsi di nuovo e più di prima!

Paperman è interamente in bianco e nero ed è animato grazie ad una nuova tecnica che fa un mix di computer grafica e animazione classica in due dimensioni, con un risultato davvero unico: si vedono i tratti a matita, ma i disegni non sono piatti, anzi, hanno la loro profondità! Le espressioni dei personaggi sono fatte così bene che sembrano quelle di attori in carne e ossa, e la colonna sonora si sposa perfettamente con i loro movimenti, tanto da far aumentare ancora di più quelle emozioni che si provavano già grazie ai loro gesti e ai loro sguardi.
Il corto dura 6 minuti e, oltre a far sognare con una bella storia d’amore, secondo me vuole dirci di prendere la vita con un po’ di ottimismo, perché l’impossibile può accadere in qualsiasi momento!

Dopo essere stato nelle sale cinematografiche è stato distribuito anche online e ne hanno parlato tantissimi siti e blog, ma chi non lo conoscesse ancora può rimediare a questa grave mancanza guardandolo qui. Per quanto mi riguarda, Paperman mi ha rubato il cuore e quindi nella corsa agli Oscar 2013 non può che essere il mio preferito!

EDIT del 25/02/2013: Alla fine ha vinto proprio Paperman e io sono felicissima! :D

Head Over Heels

Una casa vola fra le nuvole e all’improvviso precipita in un posto sperduto. La casa è abitata da un’anziana coppia sposata, ma anche se si trova nello stesso appartamento non vive insieme, perché uno sta sul pavimento e l’altro sul soffitto.
Head Over Heels, è un corto animato in stop-motion diretto da Timothy Reckart e creato da un gruppo di undici studenti come progetto finale di un corso d’animazione.
Il titolo in inglese indica qualcosa di capovolto, ma spesso è usato anche per riferirsi a qualcuno con la testa fra le nuvole perché innamorato cotto, quindi gioca su entrambi i significati della frase.
Confesso di non amare particolarmente i film “fatti di plastilina”, ma questo mi è piaciuto perché vuole comunicare qualcosa che spesso dimentichiamo: anche se si vive in mondi diversi si può trovare comunque un punto d’incontro, basta solo un piccolo sforzo, ma se la voglia di cambiare o sistemare le cose non viene da noi la soluzione non si troverà mai.

Head Over Hells (che trovate qui), come Adam and Dog, è uno dei corti animati candidati agli Oscar 2013, ma non è ancora il mio preferito! Io tifo per... lo scoprirete nel prossimo post! :P

venerdì 22 febbraio 2013

Adam and Dog

L’amicizia fra uomo e animale è ancora più antica dell’amicizia fra persone. Questo, a quanto pare, è quello che vuole comunicarci Minkyu Lee, un ragazzo di 27 anni che ha speso di tasca propria 25.000$ per creare Adam and Dog, uno dei cortometraggi animati in corsa per gli Oscar 2013.
La scena si apre con un cane che si sveglia in una foresta popolata da animali meravigliosi, all’improvviso vediamo passare un mammut e capiamo di trovarci nella preistoria. Il cane continua la sua esplorazione della foresta, ad un certo punto si trova in un campo di grano e vede una strana creatura senza peli che cammina su due zampe. È Adamo, che con una carezza e un po’ di cibo fa subito amicizia con quello strano animale che non aveva mai visto prima. I due diventano inseparabili finché… finché Adamo non incontra Eva! E così la storia della prima amicizia fra uomo e animale diventa anche la storia del primo abbandono. Adam and Dog è un cortometraggio che in soli 15 minuti riesce ad esprimere quanto sia profonda la fedeltà di un animale verso il suo padrone e quanto spesso, purtroppo, questo non la meriti. Per fortuna non è questo il caso! Sappiate solamente che vi ritroverete a provare emozioni contrastanti di tristezza e felicità nel giro di pochi minuti!

I disegni sono fatti interamente a mano e la colonna sonora è composta esclusivamente dai suoni della natura. Quando il cane è da solo c’è solamente il “silenzio” della foresta. La musica compare solo nei momenti in cui i due sono insieme, come ad enfatizzare la gioia e l’importanza della loro amicizia.
Consigliato a tutti gli amanti dei corti animati, ma soprattutto a chi, come me, è sensibile all’argomento che riguarda l’amicizia fra l’uomo e un esserino peloso. Lo trovate qui. Non so fino a quando sarà disponibile su YouTube, perciò affrettatevi! Secondo me meriterebbe di vincere l’Oscar, se non fosse che… tifo per un altro corto! Quale? Lo scoprirete nel prossimo post! :P

lunedì 4 febbraio 2013

Frankenweenie

Ehi, guardate un po’ chi è tornata! Blu! Incredibile! Non si è fatta viva per un anno, cosa le sarà successo?
Sono sempre stata incostante con gli aggiornamenti, ma non ero mai mancata così tanto e il motivo è sempre lo stesso: sono stata trattenuta da vari impegni e il poco tempo libero l’ho dedicato ad altri interessi, tranne negli ultimi sei mesi, in cui ho passato  un periodo difficile dovuto alla malattia di uno dei miei gatti. Sto parlando di Hermes. In rete era diventato abbastanza famoso e chi mi segue dagli albori se ne ricorda sicuramente. Non ho fatto altro che prendermi cura di lui fino allo scorso 23 Gennaio, giorno in cui è venuto a mancare. Per me è stato un colpo durissimo, da cui non mi sono ancora ripresa, e da cui, probabilmente, una parte di me non si riprenderà mai. Nonostante questo, però, la vita va avanti e io sto cercando di starle dietro ricominciando con le normali attività che avevo prima che tutto questo mi piombasse addosso. Fra queste attività c’è quella di tornare a scrivere sul blog e il primo post voglio dedicarlo ad un film che ha come argomento proprio la perdita di un animale.

Trama: Victor Frankenstein è un ragazzino timido e introverso appassionato di cinema e di scienze, interessi che condivide con il suo unico amico Sparky, un cane da cui non si separa mai. Un giorno, inseguendo una pallina, Sparky viene investito da un’auto e lascia Victor nella più totale disperazione, la quale lo porta a mettere in pratica tutte le sue conoscenze scientifiche per riportarlo in vita. Sparky resuscita, ma ben presto le cose si complicano.

Siamo nel 1984 e Tim Burton viene licenziato dalla Disney a causa di un cortometraggio in bianco e nero, in cui un bambino riporta in vita il suo cane, perché ritenuto non idoneo ad un pubblico di giovani spettatori. A distanza di quasi 30 anni, quella stessa casa di produzione ritorna sui suoi passi e chiede che di quel corto ne sia fatto un intero film.  Viene così alla luce un lungometraggio in cui l’inconfondibile stile di Tim Burton non è limitato solo all’aspetto estetico della scenografia e dei personaggi, come purtroppo successe con Alice in Wonderland, ma è presente in tutta la pellicola. Frankenweenie, che porta lo stesso titolo del cortometraggio dell’84, è un cartone animato pieno zeppo di richiami letterari e cinematografici dell’horror più classico e spaventoso, con personaggi inquietanti disposti a compiere azioni macabre pur di ottenere ciò che vogliono e con atmosfere molto più oscure rispetto a tutte quelle delle opere burtoniane precedenti. Il creatore di Nightmare Before Christmas e Corpse Bride dà, dunque, liberamente sfogo a tutta la sua fantasia e qualsiasi suo fan, o fan del genere horror, in Frankenweenie non può che trovare pane per i suoi denti e rimanerne soddisfatto.

 

 

 

 

 

 

Personalmente, purtroppo, credo che il  film abbia un grosso difetto. L’argomento trattato mi coinvolge particolarmente e questo ha fatto sì che lo vedessi con occhi diversi rispetto alla maggior parte degli spettatori, ma sono convinta che chiunque abbia un briciolo di ragione capisca che [SPOILER! Da qui in poi continuate solo se avete visto il film] nel finale c’è qualcosa di sbagliato. Il film è perfetto, ma gli ultimi dieci secondi rovinano tutto! Avere un animale che si vede solo una volta al giorno nel momento della pappa  non basta: solo chi ne ha uno che vive con lui sotto lo stesso tetto e che condivide con lui qualsiasi momento può capire il legame che si crea e la disperazione che si prova se viene a mancare, perciò capisco benissimo il dolore di Victor alla perdita di Sparky e la disperazione che lo porta a fare di tutto pur di riaverlo accanto a sé. Capisco e accetto anche una storia che ha dell’impossibile. Nella vita bisogna credere alla magia e che l’impossibile possa accadere, ma una vita in cui non esiste la morte non è vita, perché questa acquista un valore e un senso solo se è fragile e temporanea.
I film della Disney sono sempre stati un po’ buonisti, ma, fino ad ora, avere un lieto fine ad ogni costo non ha mai significato non avere una morale. Generazioni e generazioni di bambini cresciuti insieme a film come Il Re Leone, La Bella e La Bestia e tutti gli altri grandi classici, hanno un bagaglio di insegnamenti e di valori molto più vasto di chi non ne ha visto neanche uno. Frankenweenie quale insegnamento dà a chi lo guarda? Essendo un film fantastico è giusto che il cane riesca a tornare in vita, ma per dare un senso alla storia e far crescere il personaggio di Victor, e insieme a lui i suoi piccoli spettatori, è necessario che alla fine Sparky muoia.  [FINE SPOILER!]

“Alla gente piace quello che la scienza gli dà, ma non le domande che la scienza pone.”

Il cortometraggio dell’84 (che potete vedere qui in inglese), non è animato, ma ha attori (e cane), in carne e ossa. Dura 30 minuti e racconta solo la storia di Victor. Tutto quello che riguarda gli altri bambini, i loro animali e la fiera della scienza, è stato inventato di sana pianta per la nuova versione, in cui è stata aggiunta anche una critica rivolta a tutti quegli adulti che vivono con il paraocchi, facendo dell’ignoranza il proprio pane quotidiano e non accettando che i loro figli abbiano idee diverse solo perché più colti di loro.
Oltre a raccontare una storia di grande amicizia fra un bambino e il suo cane, il film ha, dunque, anche altri contenuti e chiavi di lettura. Se non avesse avuto il difetto di cui ho parlato sopra lo avrei trovato perfetto, per questo motivo non mi sento di consigliarlo ai bambini troppo piccoli, ma solo agli adulti amanti del genere horror e dei film in bianco e nero con tratti malinconici.

“Quando perdi qualcuno che ami, lui non ti lascia mai veramente, trova solo un posto speciale nel tuo cuore.”